e
v'andai scorto da Pallade, e tra' nostri
cavalier mi distinsi in quella pugna.
Sul fiume Minïèo che presso Arena
si devolve nel mar, noi squadra equestre
posammo ad aspettar l'alba divina,
finché n'avesse la pedestre aggiunti.
Riunito l'esercito, movemmo
ben armati ed accinti, e sul merigge
d'Alfèo giungemmo all'onde sacre. Quivi
propizïammo con opime offerte
l'onnipossente Giove; al fiume un toro
svenammo, un altro al gran Nettunno, e intatta
a Palla una giovenca. Indi pel campo
preso a drappelli della sera il cibo,
tutti ne demmo, ognun coll'armi indosso,
Di Pilo ei guida e dell'aprica Arene
gli abitanti e di Trio, guado d'Alfèo,
e della ben fondata Epi, con quelli
a cui Ciparissente e Anfigenìa
sono stanza, e Ptelèo ed Elo e Dorio,
Dorio famosa per l'acerbo scontro
che col tracio Tamiri ebber le Muse
il giorno che d'Ecalia e dagli alberghi
dell'ecaliese Eurìto ei fea ritorno.
Millantava costui che vinte avrìa
al paragon del canto anco le Muse,
le Muse figlie dell'Egìoco Giove.
Adirate le dive al burbanzoso
tolser la luce e il dolce canto e l'arte
delle corde dilette animatrice.
Seguìa l'arcade schiera dalle falde
del Cillene discesa e dai contorni
del tumulo d'Epìto, esperta gente
nel ferir da vicino. Uscìa con essa
di campestri garzoni una caterva,
che del Fenèo li paschi e il pecoroso
Orcomeno lasciâr. V'eran di Ripe
e di Strazia i coloni e di Tegèa,
e quei d'Enispe tempestosa, e quelli
cui dell'amena Mantinèa nutrisce
l'opima gleba e la stinfalia valle
e la parrasia selva. Avean costoro
spiegate al vento di cinquanta e dieci
navi le vele, che a varcar le negre
onde lor diè lo stesso rege Atride
Agamennóne; perocché di studi
marinareschi all'Arcade non cale.
D'intrepidi nell'arme e sperti petti
iva carca ciascuna, e la reggea
d'Ancèo figliuolo il rege Agapenorre.
La squadra che consegue, e si divide
quadripartita, ha quattro duci, e ognuno
a dieci navi accenna. Le montaro
molti Epèi valorosi, e gli abitanti
di Buprasio e del sacro elèo paese,
e di tutto il terren che tra il confine
di Mirsino ed Irmino si racchiude,
e tra l'Olenia rupe e l'erto Alìsio.
Di Cteato figliuol l'illustre Anfimaco
guida il primo squadron, Talpio il secondo
egregio seme dell'Eurìto Attòride;
Dïore il terzo, generosa prole
d'Amarincèo. Del quarto è correttore
il simigliante a nume Polisseno,
germe dell'Augeïade Agastene.
Ai forti di Dulichio e delle sacre
Echinadi isolette, che rimpetto
alle contrade elèe rompon l'opposto
pelago, a questi è condottier Megete,
di sembiante guerrier pari a Gradivo.
Il generò Filèo diletto a Giove,
buon cavalier che dai paterni un giorno
odii sospinto alla dulichia terra
migrò fuggendo, e v'ebbe impero. Il figlio
quaranta prore ad Ilïon guidava.
Dei prodi Cefaleni, abitatori
d'Itaca alpestre e di Nerito ombroso,
di Crocilèa, di Samo e di Zacinto
e dell'aspra Egelìpe e dell'opposto
continente, di tutti è duce Ulisse
vero senno di Giove; e lo seguièno
dodici navi di vermiglio pinte.
Ne spinge in mar quaranta il capitano
degli Etoli Toante, a cui fu padre
Andrèmone; e traea seco le torme
di Pleurone, d'Oleno e di Pilene,
quelle dell'aspra Calidone e quelle
di Calcide. E raccolta era in Toante
degli Etòli la somma signorìa
da che la Parca i figli ebbe percosso
del magnanimo Enèo, posto col biondo
Meleagro infelice ei pur sotterra.
Il gran mastro di lancia Idomenèo
guida i Cretesi che di Gnosso usciro,
di Litto, di Mileto e della forte
Gortina e dalla candida Licasto
e di Festo e di Rizio, inclite tutte
popolose contrade, ed altri molti
dell'alma Creta abitator, di Creta
che di cento città porta ghirlanda.
Di questi tutti Idomenèo divide
col marzio Merïon la glorïosa
capitananza; e ottanta navi han seco.
Nove da Rodi ne varâr gli alteri
Rodïani per l'isola partiti
in triplice tribù: Lindo, Jaliso,
e il biancheggiante di terren Camiro.
L'Eraclide Tlepòlemo è lor duce,
grande e robusto battaglier che al forte
Ercole un giorno Astïochèa produsse,
cui d'Efira e dal fiume Selleente
seco addusse l'eroe, poiché distrutto
v'ebbe molte cittadi e molta insieme
gioventù generosa. Entro i paterni
fidi alberghi Tlepòlemo cresciuto
Ettore giunge. Gli si fanno intorno
le troiane consorti e le fanciulle
per saper de' figliuoli e de' mariti
e de' fratelli e degli amici; ed egli,
Ite, risponde, a supplicar gli Dei
in devota ordinanza, itene tutte,
ch'oggi a molte sovrasta alta sciagura.
De' regali palagi indi s'avvìa
ai portici superbi. Avea cinquanta
talami la gran reggia edificati
l'un presso all'altro, e di polita pietra
splendidi tutti. Accanto alle consorti
dormono in questi i Priamìdi. A fronte
dodici altri ne serra il gran cortile
per le regie donzelle, al par de' primi
di bel marmo lucenti, e posti in fila.
Di Priamo in questi dormono gl'illustri
generi al fianco delle caste spose.
Qui giunto Ettore, ad incontrarlo corse
l'inclita madre che a trovar sen gìa
Laodice, la più delle sue figlie
avvenente e gentil. Chiamollo a nome,
e strettolo per mano: O figlio, disse,
perché, lasciato il guerreggiar, qua vieni?
Ohimè! per certo i detestati Achei
son già sotto alle mura, e te qui spinge
religioso zelo ad innalzare
là su la rocca le pie mani a Giove.
Ma deh! rimanti alquanto, ond'io d'un dolce
vino la spuma da libar ti rechi
primamente al gran Giove e agli altri Eterni,
indi a rifar le tue, se ne berai,
esauste forze. Di guerrier già stanco
rinfranca Bacco il core, e te pugnante
per la tua patria la fatica oppresse.
No, non recarmi, veneranda madre,
dolce vino verun, rispose Ettorre,
ch'egli scemar potrìa mie forze, e in petto
addormentarmi la natìa virtude.
Aggiungi che libar non oso a Giove
pria che di divo fiume onda mi lavi;
né certo lice colle man di polve
lorde e di sangue offerir voti al sommo
de' nembi adunator. Ma tu di Palla
predatrice t'invìa deh! tosto al tempio,
e rècavi i profumi accompagnata
dalle auguste matrone, e qual nell'arca
peplo ti serbi più leggiadro e caro,
prendilo, e umìle della Diva il poni
su le sacre ginocchia, e sei le vóta
giovenche e sei di collo ancor non tocco
se la cittade e le consorti e i figli
commiserando, dall'iliache mura
allontana il feroce Dïomede,
artefice di fuga e di spavento.
Corri dunque a placarla. Io ratto intanto
a Paride ne vado, onde svegliarlo
dal suo letargo, se darammi orecchio.
Oh gli s'aprisse il suolo, ed ingoiasse
questa del mio buon padre e di noi tutti
invïata da Giove alta sciagura.
Né penso che dal cor mi fia mai tolta
di sì spiacenti guai la rimembranza,
se pria non veggo costui spinto a Pluto.
Disse; e ne' regii alberghi Ecuba entrata
chiama le ancelle, e a ragunar le manda
per la cittade le matrone. Ed ella
nell'odorato talamo discende,
ove di pepli istorïati un serbo
tenea, lavor delle fenicie donne
che Paride, solcando il vasto mare,
da Sidon conducea quando la figlia
di Tindaro rapìo. Di questi Ecùba
un ne toglie il più grande, il più riposto,
fulgido come stella, ed a Minerva
offerta lo destina. Indi s'avvìa
dalle gravi matrone accompagnata.
Al tempio giunte di Minerva in vetta
all'ardua rocca, aperse loro i sacri
claustri la figlia di Cissèo, la bella
d'alme guance Teano, che lodata
d'Antènore consorte i giusti Teucri
di Minerva nomâr sacerdotessa.
Tutte allora levâr con alti pianti
a Pallade le palme, e preso il peplo,
su le ginocchia della Diva il pose
la modesta Teano: indi di Giove
alla gran figlia orò con questi accenti:
Veneranda Minerva, inclita Dea,
delle città custode, ah tu del fiero
Tidìde l'asta infrangi, e di tua mano
stendilo anciso su le porte Scee,
che noi tosto su l'are a te faremo
di dodici giovenche ancor non dome
scorrere il sangue, se di queste mura
e delle teucre spose, e de' lor cari
figli innocenti sentirai pietade.
Così pregâr: ma non udìa la Diva
delle misere i voti. Ettore intanto
di Paride cammina alle leggiadre
dar dentro colla turba; o negli agguati
perigliarti co' primi infra gli Achei,
ché ogni rischio t'è morte. Assai per certo
meglio ti torna di ciascun che franco
nella grand'oste achea contro ti dica,
gli avuti doni in securtà rapire.
Ma se questa non fosse, a cui comandi,
spregiata gente e vil, tu non saresti
del popol tuo divorator tiranno,
e l'ultimo de' torti avresti or fatto.
Ma ben t'annunzio, ed altamente il giuro
per questo scettro (che diviso un giorno
dal montano suo tronco unqua né ramo
né fronda metterà, né mai virgulto
germoglierà, poiché gli tolse il ferro
con la scorza le chiome, ed ora in pugno
sel portano gli Achei che posti sono
del giusto a guardia e delle sante leggi
ricevute dal ciel), per questo io giuro,
e invïolato sacramento il tieni:
stagion verrà che negli Achei si svegli
desiderio d'Achille, e tu salvarli
misero! non potrai, quando la spada
dell'omicida Ettòr farà vermigli
di larga strage i campi: e allor di rabbia
il cor ti roderai, ché sì villana
al più forte de' Greci onta facesti.
Disse; e gittò lo scettro a terra, adorno
d'aurei chiovi, e s'assise. Ardea l'Atride
di novello furor, quando nel mezzo
surse de' Pilii l'orator, Nestorre
facondo sì, che di sua bocca uscièno
più che mel dolci d'eloquenza i rivi.
Di parlanti con lui nati e cresciuti
nell'alma Pilo ei già trascorse avea
due vite, e nella terza allor regnava.
Con prudenti parole il santo veglio
così loro a dir prese: Eterni Dei!
Quanto lutto alla Grecia, e quanta a Prìamo
gioia s'appresta ed a' suoi figli e a tutta
la dardania città, quando fra loro
di voi s'intenda la fatal contesa,
di voi che tutti di valor vincete
e di senno gli Achei! Deh m'ascoltate,
ché minor d'anni di me siete entrambi;
ed io pur con eroi son visso un tempo
di voi più prodi, e non fui loro a vile:
ned altri tali io vidi unqua, né spero
di riveder più mai, quale un Drïante
moderator di genti, e Piritòo,
Cèneo ed Essadio e Polifemo uom divo,
e l'Egìde Teseo pari ad un nume.
Alme più forti non nudrìa la terra,
e forti essendo combattean co' forti,
co' montani Centauri, e strage orrenda
ne fean. Con questi, a lor preghiera, io spesso
partendomi da Pilo e dal lontano
Apio confine, a conversar venìa,
e secondo mie forze anch'io pugnava.
Ma di quanti mortali or crea la terra
niun potrìa pareggiarli. E nondimeno
da quei prestanti orecchio il mio consiglio
ed il mio detto obbedïenza ottenne.
E voi pur anco m'obbedite adunque,
ché l'obbedirmi or giova. Inclito Atride,
deh non voler, sebben sì grande, a questi
tor la fanciulla; ma ch'ei s'abbia in pace
da' Greci il dato guiderdon consenti:
né tu cozzar con inimico petto
contra il rege, o Pelìde. Un re supremo,
cui d'alta maestà Giove circonda,
uguaglianza d'onore unqua non soffre.
Se generato d'una diva madre
tu lui vinci di forza, ei vince, o figlio,
te di poter, perché a più genti impera.
Deh pon giù l'ira, Atride, e placherassi
pure Achille al mio prego, ei che de' Greci
in sì ria guerra è principal sostegno.
Tu rettissimo parli, o saggio antico,
pronto riprese il regnatore Atride;
ma costui tutti soverchiar presume,
tutti a schiavi tener, dar legge a tutti,
tutti gravar del suo comando. Ed io
potrei patirlo? Io no. Se il fêro i numi
un invitto guerrier, forse pur anco
di tanto insolentir gli diero il dritto?
Tagliò quel dire Achille, e gli rispose:
Un pauroso, un vil certo sarei
se d'ogni cenno tuo ligio foss'io.
Altrui comanda, a me non già; ch'io teco
sciolto di tutta obbedienza or sono.
Questo solo vo' dirti, e tu nel mezzo
lo rinserra del cor. Per la fanciulla
un dì donata, ingiustamente or tolta,
né con te né con altri il brando mio
combatterà. Ma di quant'altre spoglie
nella nave mi serbo, né pur una,
s'io la niego, t'avrai. Vien, se nol credi,
vieni alla prova; e il sangue tuo scorrente
dalla mia lancia farà saggio altrui.
Con questa di parole aspra tenzone
levârsi, e sciolto fu l'acheo consesso.
Con Patroclo il Pelìde e co' suoi prodi
riede a sue navi nelle tende; e Atride
varar fa tosto a venti remi eletti
una celere prora colla sacra
ecatombe. Di Crise egli medesmo
vi guida e posa l'avvenente figlia;
duce v'ascende il saggio Ulisse, e tutti
già montati correan l'umide vie.
Ciò fatto, indisse al campo Agamennóne
una sacra lavanda: e ognun devoto
purificarsi, e via gittar nell'onde
le sozzure, e del mar lungo la riva
offrir di capri e di torelli intere
ecatombi ad Apollo. Al ciel salìa
volubile col fumo il pingue odore.
Seguìan nel campo questi riti. E fermo
nel suo dispetto e nella dianzi fatta
ria minaccia ad Achille, intanto Atride
Euribate e Taltibio a sé chiamando,
fidi araldi e sergenti, Ite, lor disse,
del Pelìde alla tenda, e m'adducete
la bella figlia di Brisèo. Se il niega,
io ne verrò con molta mano, io stesso,
a gliela tôrre: e ciò gli fia più duro.
Disse; e il cenno aggravando in via li pose.
Del mar lunghesso l'infecondo lido
givan quelli a mal cuore, e pervenuti
de' Mirmidóni alla campal marina
trovâr l'eroe seduto appo le navi
davanti al padiglion: né del vederli
certo Achille fu lieto. Ambo al cospetto
regal fermârsi trepidanti e chini,
né far motto fur osi né dimando.
Ma tutto ei vide in suo pensiero, e disse:
Messaggeri di Giove e delle genti,
salvete, araldi, e v'appressate. In voi
niuna è colpa con meco. Il solo Atride,
ei solo è reo, che voi per la fanciulla
Brisëide qui manda. Or va, fuor mena,
generoso Patròclo, la donzella,
e in man di questi guidator l'affida.
Ma voi medesmi innanzi ai santi numi
ed innanzi ai mortali e al re crudele
siatemi testimon, quando il dì splenda
che a scampar gli altri di rovina il mio
braccio abbisogni. Perocché delira
in suo danno costui, ned il presente
vede, né il poi, né il come a sua difesa
salvi alle navi pugneran gli Achei.
Disse; e Patròclo del diletto amico
al comando obbedì. Fuor della tenda
Brisëide menò, guancia gentile,
ed agli araldi condottier la cesse.
Mentre ei fanno alle navi achee ritorno,
e ritrosa con lor partìa la donna,
proruppe Achille in un subito pianto,
e da' suoi scompagnato in su la riva
del grigio mar s'assise, e il mar guardando
le man stese, e dolente alla diletta
madre pregando, Oh madre! è questo, disse,
questo è l'onor che darmi il gran Tonante
a conforto dovea del viver breve
a cui mi partoristi? Ecco, ei mi lascia
spregiato in tutto: il re superbo Atride
Agamennón mi disonora; il meglio
de' miei premi rapisce, e sel possiede.
Sì piangendo dicea. La veneranda
genitrice l'udì, che ne' profondi
gorghi del mare si sedea dappresso
al vecchio padre; udillo, e tosto emerse,
come nebbia, dall'onda: accanto al figlio,
che lagrime spargea, dolce s'assise,
e colla mano accarezzollo, e disse:
Figlio, a che piangi? e qual t'opprime affanno?
Di', non celarlo in cor, meco il dividi.
Madre, tu il sai, rispose alto gemendo
il piè-veloce eroe. Ridir che giova
tutto il già conto? Nella sacra sede
d'Eezïon ne gimmo; la cittade
ponemmo a sacco, e tutta a questo campo
fu condotta la preda. In giuste parti
la diviser gli Achivi, e la leggiadra
Crisëide fu scelta al primo Atride.
Crise d'Apollo sacerdote allora
con l'infula del nume e l'aureo scettro
venne alle navi a riscattar la figlia.
Molti doni offerì, molte agli Achivi
porse preghiere, ed agli Atridi in prima.
Invan; ché preghi e doni e sacerdote
e degli Achei l'assenso ebbe in dispregio
Agamennón, che minaccioso e duro
quel misero cacciò dal suo cospetto.
Partì sdegnato il veglio; e Apollo, a cui
diletto capo egli era, il suo lamento
esaudì dall'Olimpo, e contra i Greci
pestiferi vibrò dardi mortali.
Perìa la gente a torme, e d'ogni parte
sibilanti del Dio pel campo tutto
l'onor del prode, e una medesma tomba
l'infingardo riceve e l'operoso.
Ed io che tanto travagliai, che a tanti
rischi di Marte la mia vita esposi,
che guadagni, per dio, che guiderdone
su gli altri ottenni? In vero il meschinello
augel son io, che d'esca i suoi provvede
piccioli implumi, e sé medesmo obblìa.
Quante, senza dar sonno alle palpèbre,
trascorse notti! quanti giorni avvolto
in sanguinose pugne ho combattuto
per le ree mogli di costor! Conquisi
guerreggiando sul mar dodici altere
cittadi; ne conquisi undici a piede
dintorno ai campi d'Ilïon; da tutte
molte asportai pregiate spoglie, e tutte
all'Atride le cessi, a lui che inerte
rimasto indietro, nell'avare navi
le ricevea superbo, e dividendo
altrui lo peggio riserbossi il meglio;
o s'alcun dono agli altri duci ei fenne,
nol si ritolse almeno. Io sol del mio
premio fui spoglio, io solo; egli la donna
del mio cor si ritiene, e ne gioisce.
A che mai questa degli Achei co' Teucri
cotanta guerra? a che raccolse Atride
qui tant'armi? Non forse per la bella
Elena? Ma l'amor delle consorti
tocca egli forse il cor de' soli Atridi?
Ogni buono, ogni saggio ama la sua,
e tienla in pregio, siccom'io costei
carissima al mio cor, quantunque ancella.
Or ch'egli dalle man la mi rapìo
con fatto iniquo, di piegar non tenti
me da sue frodi ammaestrato assai.
Teco, Ulisse, e co' suoi re tanti ei dunque
consulti il modo di sottrar l'armata
alle fiamme nemiche. E quale ha d'uopo
ei del mio braccio? Senza me già fece
di gran cose. Innalzato ha un alto muro,
lungo il muro ha scavato un largo e cupo
fosso, e nel fosso un gran palizzo infisse.
Mirabil opra! che dal fiero Ettorre
nol fa sicuro ancor, da quell'Ettorre
che, mentre io parvi fra gli Achei, scostarsi
non ardìa dalle mura, o non giugnea
che sino al faggio delle porte Scee.
Sola una volta ei là m'attese, e a stento
poté sottrarsi all'asta mia. Ma nullo
più conflitto vogl'io con quel guerriero,
nullo: e offerti dimani al sommo Giove
e agli altri numi i sacrifici, e tratte
tutte nel mare le mie carche navi,
sì, dimani vedrai, se te ne cale,
coll'aurora spiegar sull'Ellesponto
i miei legni le vele, ed esultanti
tutte di lieti remator le sponde.
Se di prospero corso il buon Nettunno
cortese mi sarà, la terza luce
di Ftia porrammi su la dolce riva.
Ivi molta lasciai propria ricchezza
qua venendo in mal punto, ivi molt'altra
ne reco in oro, e in fulvo rame, e in terso
splendido ferro e in eleganti donne,
tutto tesoro a me sortito. Il solo
premio ne manca che mi diè l'Atride,
e re villano mel ritolse ei poscia.
Torna dunque all'ingrato, e gli riporta
tutto che dico, e a tutti in faccia, ond'anco
negli altri Achei si svegli una giust'ira
e un avvisato diffidar dell'arti
di quel franco impudente, che pur tale
non ardirebbe di mirarmi in fronte.
Digli che a parte non verrò giammai
né di fatto con lui né di consiglio;
che mi deluse; che mi fece oltraggio;
che gli basti l'aver tanto potuto
sola una volta, e che mal fonda in vane
ciance la speme d'un secondo inganno.
Digli che senza più turbarmi corra
alla ruina a cui l'incalza Giove
che di senno il privò: digli che abborro
suoi doni, e spregio come vil mancipio
il donator. Né s'egli e dieci e venti
volte gli addoppii, né se tutto ei m'offra
ciò ch'or possiede, e ciò ch'un dì venirgli
potrìa d'altronde, e quante entran ricchezze
in Orcomèno e nell'egizia Tebe
per le cento sue porte e li dugento
aurighi co' lor carri a ciascheduna;
mi fosse ei largo di tant'oro alfine
quanto di sabbia e polve si calpesta,
né così pur si speri Agamennóne
la mia mente inchinar prima che tutto
pagato ei m'abbia dell'offesa il fio.
Non vo' la figlia di costui. Foss'ella
pari a Minerva nell'ingegno, e il vanto
di beltà contendesse a Citerea,
non prenderolla in mia consorte io mai.
Serbila ad altro Acheo che al grand'Atride
delle mura troiane è la conquista.
Mosse quel dire delle turbe i petti,
e fremea l'adunanza, a quella guisa
che dell'icario mare i vasti flutti
si confondono allor che Noto ed Euro
della nube di Giove il fianco aprendo
a sollevar li vanno impetuosi.
E come quando di Favonio il soffio
denso campo di biade urta, e passando
il capo inchina delle bionde spiche;
tal si commosse il parlamento, e tutti
alle navi correan precipitosi
con fremito guerrier. Sotto i lor piedi
s'alza la polve, e al ciel si volve oscura.
I navigli allestir, lanciarli in mare,
espurgarne le fosse, ed i puntelli
sottrarre alle carene era di tutti
la faccenda e la gara. Arde ogni petto
del sacro amore delle patrie mura,
e tutto di clamori il cielo eccheggia.
E degli Achei quel dì sarìa seguìto,
contro il voler de' fati, il dipartire,
se con questo parlar non si volgea
Giuno a Minerva: O dell'Egìoco Padre
invincibile figlia, così dunque,
il mar coprendo di fuggenti vele,
al patrio lido rediran gli Achivi?
Ed a Priamo l'onore, ai Teucri il vanto
lasceran tutto dell'argiva Elèna
dopo tante per lei, lungi dal caro
nido natìo, qui spente anime greche?
Deh scendi al campo acheo, scendi, ed adopra
lusinghiero parlar, molci i soldati,
frena la fuga, né patir che un solo
de' remiganti pini in mar sia tratto.
Obbediente la cerulea Diva
dalle cime d'Olimpo dispiccossi
velocissima, e tosto fu sul lido.
Ivi Ulisse trovò, senno di Giove,
occupato non già del suo naviglio,
ma del dolor che il preme, e immoto in piedi.
Gli si fece davanti la divina
Glaucopide dicendo: O di Laerte
generoso figliuol, prudente Ulisse,
così dunque n'andrete? E al patrio suolo
navigherete, e lascerete a Priamo
di vostra fuga il vanto, ed ai Troiani
d'Argo la donna, e invendicato il sangue
di tanti, che per lei qui lo versaro,
bellicosi compagni? A che ti stai?
T'appresenta agli Achei, rompi gl'indugi,
dolci adopra parole e li trattieni,
né consentir che antenna in mar si spinga.
Così disse la Dea. Ne riconobbe
l'eroe la voce, e via gittato il manto,
che dopo lui raccolse il banditore
Eurìbate itacense, a correr diessi;
e incontrato l'Atride Agamennóne,
ratto ne prende il regal scettro, e vola
con questo in pugno tra le navi achee;
e quanti ei trova o duci o re, li ferma
con parlar lusinghiero; e, Che fai, dice,
valoroso campione? A te de' vili
disconvien la paura. Or via, ti resta,
pregoti, e gli altri fa restar. La mente
ben palese non t'è d'Agamennóne;
egli tenta gli Achei, pronto a punirli.
Non tutti han chiaro ciò che dianzi in chiuso
consesso ei disse. Deh badiam, che irato
non ne percuota d'improvvisa offesa.
Di re supremo acerba è l'ira, e Giove,
che al trono l'educò, l'onora ed ama.
S'uom poi vedea del vulgo, e lo cogliea
vociferante, collo scettro il dosso
batteagli; e, Taci, gli garrìa severo,
taci tu tristo, e i più prestanti ascolta
tu codardo, tu imbelle, e nei consigli
nullo e nell'armi. La vogliam noi forse
far qui tutti da re? Pazzo fu sempre
de' molti il regno. Un sol comandi, e quegli
cui scettro e leggi affida il Dio, quei solo
ne sia di tutti correttor supremo.
Così l'impero adoperando Ulisse
frena le turbe, e queste a parlamento
dalle navi di nuovo e dalle tende
con fragore accorrean, pari a marina
onda che mugge e sferza il lido, ed alto
ne rimbomba l'Egeo. Queto s'asside
ciascheduno al suo posto: il sol Tersite
di gracchiar non si resta, e fa tumulto
parlator petulante. Avea costui
di scurrili indigeste dicerìe
pieno il cerèbro, e fuor di tempo, e senza
o ritegno o pudor le vomitava
contro i re tutti; e quanto a destar riso
infra gli Achivi gli venìa sul labbro,
tanto il protervo beffator dicea.
Non venne a Troia di costui più brutto
ceffo; era guercio e zoppo, e di contratta
gran gobba al petto; aguzzo il capo, e sparso
con gli alleati la dardania gente.
Ma tutta notte di Saturno il figlio
con terribili tuoni annunzïava
alte sventure nel suo senno ordite.
Di pallido terror tutti compresi
dalle tazze spargean le spume a terra
devotamente, né veruno ardìa
appressarvi le labbra, se libato
pria non avesse al prepotente Giove.
Corcârsi alfine, e su lor scese il sonno.

Libro Ottavo
Già spiegava l'aurora il croceo velo
sul volto della terra, e co' Celesti
su l'alto Olimpo il folgorante Giove
tenea consiglio. Ei parla, e riverenti
stansi gli Eterni ad ascoltar: M'udite
tutti, ed abbiate il mio voler palese;
e nessuno di voi né Dio né Diva
di frangere s'ardisca il mio decreto,
ma tutti insieme il secondate, ond'io
l'opra, che penso, a presto fin conduca.
Qualunque degli Dei vedrò furtivo
partir dal cielo, e scendere a soccorso
de' Troiani o de' Greci, egli all'Olimpo
di turpe piaga tornerassi offeso;
o l'afferrando di mia mano io stesso,
nel Tartaro remoto e tenebroso
lo gitterò, voragine profonda
che di bronzo ha la soglia e ferree porte,
e tanto in giù nell'Orco s'inabissa,
quanto va lungi dalla terra il cielo.
Allor saprà che degli Dei son io
il più possente. E vuolsene la prova?
D'oro al cielo appendete una catena,
e tutti a questa v'attaccate, o Divi
e voi Dive, e traete. E non per questo
dal ciel trarrete in terra il sommo Giove,
supremo senno, né pur tutte oprando
le vostre posse. Ma ben io, se il voglio,
la trarrò colla terra e il mar sospeso:
indi alla vetta dell'immoto Olimpo
annoderò la gran catena, ed alto
tutte da quella penderan le cose.
Cotanto il mio poter vince de' numi
le forze e de' mortai. - Qui tacque, e tutti
dal minaccioso ragionar percossi
ammutolîr gli Dei. Ruppe Minerva
finalmente il silenzio, e così disse:
Padre e re de' Celesti, e noi pur anco
sappiam che invitta è la tua gran possanza.
Ma nondimen de' bellicosi Achei
pietà ne prende, che di fato iniquo
son vicini a perir. Noi dalla pugna,
se tu il comandi, ci terrem lontani;
ma non vietar che di consiglio almeno
sien giovati gli Achivi, onde non tutti
cadan nell'ira tua disfatti e morti.
Con un sorriso le rispose il sommo
de' nembi adunator: Conforta il core,
diletta figlia; favellai severo,
ma vo' teco esser mite. - E così detto,
gli orocriniti eripedi cavalli
come vento veloci al carro aggioga:
al divin corpo induce una lorica
tutta d'auro, e alla man data una sferza
pur d'auro intesta e di gentil lavoro,
monta il cocchio, e flagella a tutto corso
i corridori che volâr bramosi
infra la terra e lo stellato Olimpo.
Tosto all'Ida, di belve e di rigosi
fonti altrice, arrivò su l'ardua cima
del Gargaro, ove sacro a lui frondeggia
un bosco, e fuma un odorato altare.
Qui degli uomini il padre e degli Dei
rattenne e dal timon sciolse i cavalli,
e di nebbia gli avvolse. Indi s'assise
esultante di gloria in su la vetta
di là lo sguardo a Troia rivolgendo
ed alle navi degli Achei, che preso
per le tende alla presta un parco cibo
armavansi. Ed all'armi anch'essi i Teucri
per la città correan; né gli sgomenta
il numero minor, ché per le spose
e pe' figli a pugnar pronti li rende
necessità. Spalancansi le porte:
erompono pedoni e cavalieri
con immenso tumulto, e giunti a fronte,
scudi a scudi, aste ad aste e petti a petti
oppongono, e di targhe odi e d'usberghi
un fiero cozzo, ed un fragor di pugna
che rinforza più sempre. De' cadenti
l'urlo si mesce coll'orribil vanto
de' vincitori, e il suol sangue correa.
Dall'ora che le porte apre al mattino
fino al merigge, d'ambedue le parti
durò la strage con egual fortuna.
Ma quando ascese a mezzo cielo il sole,
alto spiegò l'onnipossente Iddio
l'auree bilance, e due diversi fati
Due Prïamidi, Cromio ed Echemóne,
venìano entrambi in un sol cocchio. A questi
s'avventò Dïomede; e col furore
di lïon che una mandra al bosco assalta
e di giovenca o bue frange la nuca;
così mal conci entrambi il fier Tidìde
precipitolli dalla biga, e tolte
l'arme de' vinti, a' suoi sergenti ei dienne
i destrieri onde trarli alla marina.
Come de' Teucri sbarattar le file
videlo Enea, si mosse, e per la folta
e fra il rombo dell'aste discorrendo
a cercar diessi il valoroso e chiaro
figlio di Licaon, Pandaro. Il trova,
gli si appresenta e fa queste parole:
Pandaro, dov'è l'arco? ove i veloci
tuoi strali? ov'è la gloria in che qui nullo
teco gareggia, né verun si vanta
licio arcier superarti? Or su, ti sveglia,
alza a Giove la mano, un dardo allenta
contro costui, qualunque ei sia, che desta
cotanta strage, e sì malmena i Teucri,
de' quai già molti e forti a giacer pose:
se pur egli non fosse un qualche nume
adirato con noi per obblïati
sacrifizi: e de' numi acerba è l'ira.
Così d'Anchise il figlio. E il figlio a lui
di Licaone: O delle teucre genti
inclito duce Enea, se quello scudo
e quell'elmo a tre coni e quei destrieri
ben riconosco, colui parmi in tutto
il forte Dïomede. E nondimeno
negar non l'oso un immortal. Ma s'egli
è il mortale ch'io dico, il bellicoso
figliuolo di Tidèo, tanto furore
non è senza il favor d'un qualche iddio,
che di nebbia i celesti omeri avvolto
stagli al fianco, e dal petto gli disvìa
le veloci saette. Io gli scagliai
dianzi un dardo, e lo colsi alla diritta
spalla nel cavo del torace, e certo
d'averlo mi credea sospinto a Pluto.
Pur non lo spensi: e irato quindi io temo
qualche nume. Non ho su cui salire
or qui cocchio verun. Stolto! che in serbo
undici ne lasciai nel patrio tetto
di fresco fatti e belli, e di cortine
ricoperti, con due d'orzo e di spelda
ben pasciuti cavalli a ciascheduno.
E sì che il giorno ch'io partii, gli eccelsi
nostri palagi abbandonando, il veglio
guerriero Licaon molti ne dava
prudenti avvisi, e mi facea precetto
di guidar sempre mai montato in cocchio
le troiane coorti alla battaglia.
Certo era meglio l'obbedir; ma, folle!
nol feci, ed ebbi ai corridor riguardo,
temendo che assueti a largo pasto
di pasto non patissero difetto
in racchiusa città. Lasciàili adunque,
e pedon venni ad Ilio, ogni fidanza
posta nell'arco, che giovarmi poscia
dovea sì poco. Saettai con questo
due de' primi, l'Atride ed il Tidìde,
e ferii l'uno e l'altro, e il vivo sangue
ne trassi io sì, ma n'attizzai più l'ira.
In mal punto spiccai dunque dal muro
gli archi ricurvi il dì che al grande Ettore
compiacendo qua mossi, e de' Troiani
il comando accettai. Ma se redire,
se con quest'occhi riveder m'è dato
la patria, la consorte e la sublime
mia vasta reggia, mi recida ostile
ferro la testa, se di propria mano
non infrango e non getto nell'accese
vampe quest'arco inutile compagno.
E al borïoso il duce Enea: Non dire,
no, questi spregi. Della pugna il volto
cangerà, se ambedue sopra un medesmo
cocchio raccolti affronterem costui,
e farem delle nostre armi periglio.
Monta dunque il mio carro, e de' cavalli
di Troe vedi la vaglia, e come in campo
per ogni lato sappiano veloci
inseguire e fuggir. Questi (se avvegna
che il Tonante di nuovo a Dïomede
dia dell'armi l'onor), questi trarranno
salvi noi pure alla cittade. Or via
prendi tu questa sferza e queste briglie,
ch'io de' corsieri, per pugnar, ti cedo
il governo; o costui tu stesso affronta,
ché de' corsieri sarà mia la cura.
Sì (riprese il figliuol di Licaone)
tien tu le briglie, Enea, reggi tu stesso
i tuoi cavalli, che la mano udendo
del consueto auriga, il curvo carro
meglio trarranno, se fuggir fia forza
dal figlio di Tidèo. Se lor vien manco
la tua voce, potrìan per caso istrano
spaventati adombrarsi, e senza legge
e infaticato sostener l'attacco,
e a piè fermo danzar nel sanguinoso
ballo di Marte, o d'un salto sul cocchio
lanciarmi, e concitar nella battaglia
i veloci destrier. Né già vogl'io
un tuo pari ferire insidïoso,
ma discoperto, se arrivar ti posso.
Ciò detto, bilanciò colla man forte
la lunga lancia, e saettò d'Aiace
il settemplice scudo. Furïosa
la punta trapassò la ferrea falda
che di fuor lo copriva, e via scorrendo
squarciò sei giri del bovin tessuto,
e al settimo fermossi. Allor secondo
trasse Aiace, e colpì di Priamo il figlio
nella rotonda targa. Traforolla
il frassino veloce, e nell'usbergo
sì addentro si ficcò, che presso al lombo
lacerògli la tunica. Piegossi
Ettore a tempo, ed evitò la morte.
Ricovrò l'uno e l'altro il proprio telo,
e all'assalto tornâr come per fame
fieri leoni, o per vigor tremendi
arruffati cinghiali alla montagna.
Di nuovo Ettorre coll'acuto cerro
colpì, lo scudo ostil, ma senza offesa,
ch'ivi la punta si curvò: di nuovo
trasse Aiace il suo telo, ed alla penna
dello scudo ferendo, a parte a parte
lo trapassò, gli punse il collo, e vivo
sangue spiccionne. Né per ciò l'attacco
lasciò l'audace Ettorre. Era nel campo
un negro ed aspro enorme sasso: a questo
diè di piglio il Troiano, e contra il Greco
lo fulminò. Percosse il duro scoglio
il colmo dello scudo, e orribilmente
ne rimbombò la ferrea piastra intorno.
Seguì l'esempio il gran Telamonìde,
ed afferrato e sollevato ei pure
un altro più d'assai rude macigno,
con forza immensa lo rotò, lo spinse
contra il nemico. Il molar sasso infranse
l'ettoreo scudo, e di tal colpo offese
lui nel ginocchio, che riverso ei cadde
con lo scudo sul petto: ma rizzollo
immantinente di Latona il figlio.
E qui tratte le spade i due campioni
più da vicino si ferìan, se ratti,
messaggieri di Giove e de' mortali,
non accorrean gli araldi, il teucro Idèo,
e l'achivo Taltìbio, ambo lodati
di prudente consiglio. Entrâr costoro
con securtade in mezzo ai combattenti,
ed interposto fra le nude spade
il pacifico scettro, il saggio Idèo
così primiero favellò: Cessate,
diletti figli, la battaglia. Entrambi
siete cari al gran Giove, entrambi (e chiaro
ognun sel vede) acerrimi guerrieri:
ma la notte discende, e giova, o figli,
alla notte obbedir. - Dimandi Ettorre
questa tregua, rispose il fiero Aiace:
primo ei tutti sfidonne, e primo ei chiegga.
Ritirerommi, se l'esempio ei porga.
E l'illustre rival tosto riprese:
Aiace, i numi ti largîr cortesi
pari alla forza ed al valore il senno,
e nel valor tu vinci ogni altro Acheo.
Abbian riposo le nostr'armi, e cessi
la tenzon. Pugneremo altra fïata
finché la Parca ne divida, e intera
all'uno o all'altro la vittoria doni.
Or la notte già cade, e della notte
romper non dêssi la ragion. Tu riedi
dunque alle navi a rallegrar gli Achivi,
i congiunti, gli amici. Io nella sacra
città rïentro a serenar de' Teucri
le meste fronti e le dardanie donne,
che in lunghi pepli avvolte appiè dell'are
per me si stanno a supplicar. Ma pria
di dipartirci, un mutuo dono attesti
la nostra stima: e gli Achei poscia e i Teucri
diran: Costoro duellâr coll'ira
di fier nemici, e separârsi amici.
Così dicendo, la sua propria spada
gli presentò d'argentei chiovi adorna
con fulgida vagina ed un pendaglio
di leggiadro lavoro; Aiace a lui
il risplendente suo purpureo cinto.
Così divisi, agli Achei l'uno, ai Teucri
l'altro avvïossi. Esilarârsi i Teucri,
vivo il lor duce ritornar veggendo
dalla forza scampato e dall'invitte
mani d'Aiace; e trepidanti ancora
del passato periglio alla cittade
l'accompagnaro. Dall'opposta parte
della palma superbo il lor campione
guidâr gli Achivi al padiglion d'Atride,
che per tutti onorar tosto al Tonante
un bue quinquenne in sacrificio offerse.
né de' custodi alcun né dell'ancelle
di mia fuga s'avvide. Errai gran pezza
per l'ellade contrada, e giunto ai campi
della feconda pecorosa Ftia,
trassi al cospetto di Pelèo. M'accolse
lietamente il buon sire, e mi dilesse
come un padre il figliuol ch'unico in largo
aver gli nasca nell'età canuta:
e di popolo molto e di molt'oro
fattomi ricco, l'ultimo confine
di Ftia mi diede ad abitar, commesso
de' Dolopi il governo alla mia cura.
Son io, divino Achille, io mi son quegli
che ti crebbi qual sei, che caramente
t'amai; né tu volevi bambinello
ir con altri alla mensa, né vivanda
domestica gustar, ov'io non pria
adagiato t'avessi e carezzato
su' miei ginocchi, minuzzando il cibo,
e porgendo la beva che dal labbro
infantil traboccando a me sovente
irrigava sul petto il vestimento.
Così molto soffersi a tua cagione,
e consolava le mie pene il dolce
pensier che, i numi a me negando un figlio
generato da me, tu mi saresti
tal per amore divenuto, e tale
m'avresti salvo un dì da ria sciagura.
Doma dunque, cor mio, doma l'altero
tuo spirto: disconviene una spietata
anima a te che rassomigli i numi:
ché i numi stessi, sì di noi più grandi
d'onor, di forza, di virtù, son miti;
e con vittime e voti e libamenti
e odorosi olocausti il supplicante
mortal li placa nell'error caduto.
Perocché del gran Giove alme figliuole
son le Preghiere che dal pianto fatte
rugose e losche con incerto passo
van dietro ad Ate ad emendarla intese.
Vigorosa di piè questa nocente
forte Dea le precorre, e discorrendo
la terra tutta l'uman germe offende.
Esse van dopo, e degli offesi han cura.
Chi dispettoso queste Dee riceve,
ne va colmo di beni ed esaudito;
chi pertinace le respinge indietro,
ne spermenta lo s